Gela post-ellenica

Dopo la distruzione della città ebbe inizio l'occupazione dell'Isola da parte dell'esercito romano guidato dal console Marcello che, dopo occupata Siracusa, attrasse alle spire di Roma il resto della Sicilia. I Cartaginesi furono affrontati e sconfitti da Marcello sulle rive dell'Imera meridionale. Tracce di questo importante periodo storico sono state riscontrate nelle campagne di Gela (ceramiche, necropoli bizantine ecc.) e, a riprova si sa che nel 208 a .C. Gela soccorse i Romani (console Levino) con uomini, armi, viveri e denari; nel 202 a .C., Scipione, dopo la conquista di Cartagine, restituì quello che rimaneva dell'antica città molti degli oggetti che i Cartaginesi avevano loro trafugato; nel 76 a .C. Cicerone accusò Verre, il famoso "ladro" romano, di peculato e concussione per le infami ruberie perpetrate anche a Gela; da lui sappiamo inoltre che Gela, dopo la distruzione, fu impinguata di una colonia di Romani, inviata da Publio Servilio.

Nel 603 d.C. la nostra citta' era chiamata "Massa quae dicitur Gela" e sicuramente consisteva in un piccolo borgo il cui centro doveva trovarsi nelle vicinanze del cimitero monumentale, ove più tardi, nel 1099 fu costruita una piccola chiesa, detta di S. Biagio, tutt'ora esistente.

Il nome della città subì vari cambiamenti e Gela fu chiamata, per le colonne che vi sorgevano, anche "Citta' delle colonne" o "Eraclea"; il nome rimase negli atti ufficiali civili fino a quasi tutto il 1700 e negli atti ecclesiastici fino ad oggi.
Nell'837 d.C. la città di Eraclea fu occupata dal condottiero arabo Asad ibn al-Furat. Gli Arabi vi introdussero la coltivazione del cotone e nuovi sistemi d'irrigazione e chiamarono il fiume Gela "Wadi 'as Sawari", ossia "Fiume delle Colonne", e l'abitato "Calat 'as Sawari", Citta' delle Colonne.

Sotto il dominio normanno Eraclea ebbe il privilegio di citta' demaniale decretato dal conte Ruggero e confermato dal re Martino e dai regnanti successivi.

Nel 1233, passata la Sicilia sotto il dominio svevo, Gela fu riedificata da Federico II che la chiamò Terranova, per distinguerla dal vecchio sito ubicato nella parte occidentale della collina, facile preda di incursioni saracene.

Terranova, il cui stemma raffigura l'aquila sveva di Federico II che si poggia su due colonne, sorse nella parte orientale della collina, nel sito attuale ove è ubicato il centro storico che va da Porta Licata a Porta Vittoria e da Porta Marina a Porta Caltagirone. Gli abitanti, poco alla volta, si trasferirono nella nuova città e la circondarono di mura, tutt'ora testimoni silenziosi di quel tempo. Alla morte di Federico II Terranova si dichiarò comune "autonomo" e si pose sotto la protezione della Sede Apostolica. In seguito passò agli Angioini e nel 1282, dopo i Vespri Siciliani, elesse un regime autonomo diretto dal governatore Anselmo Cannizzaro.

Nel frattempo furono costruite la chiesa principale "Santa Maria della Platea" (nel luogo dell'Agorà o piazza) e la vecchia chiesa di S. Giacomo (oggi scomparsa).

Durante il periodo feudale il territorio di Gela fu acquistato da Don Carlo D'Aragona e Grujllas, da cui discesero i duchi di Terranova, tenutari del secondo posto al Parlamento del Regno e più volte vicerè di Sicilia durante la dominazione spagnola.
Nela 1437 Terranova divenne citta' baronale. A Don Carlo D'Aragona successe la figlia Giulia Agliata e dal 1640, per oltre 100 anni, la città passò in mano ai marchesi Pignatelli.

Nel 1788 gli abitanti di Terranova per liberarsi dal vassallaggio nei confronti dei duchi di Monteleone pagarono un riscatto presso il reale Patrimonio, incaricando della questione Don Giuseppe Mallia, barone di S. Giovanni.

Il 3 marzo 1799 il paese venne funestato da un memorabile fatto di sangue, conosciuto come "U ribellu". Le dispute tra conservatori e giacobini culminarono nell'uccisione di cinque rivoluzionari. Non mancarono episodi esilaranti che videro il notaio D'Anna nascondersi sotto il baldacchino del Santissimo, accanto al parroco Mallia che, preoccupato per la tensione tra le due parti, aveva improvvisato, qualche ora prima, una processione del Corpus Domini.

Nela seconda metà dell'800 le idee anarchico-socialiste erano diventate patrimonio comune della povera gente e degli intellettuali della nostra città. Nel novembre del 1892, anno in cui nasceva il partito socialista, veniva costituito il "Fascio dei Lavoratori" che contava, a Terranova, oltre mille affiliati. Primo presidente fu Mario Aldisio Sammito, un patriota intellettuale che aveva avuto rapporti epistolari con Garibaldi, Mazzini e altri eroi risorgimentali. Il Fascio, che rivendicava più giustizia sociale e meno imposizioni fiscali, venne sciolto due anni dopo dal governo Crispi e i suoi dirigenti furono imprigionati.

L'abolizione del feudo, decretata nel 1812, rimase un atto puramente formale. Il ricco patrimonio del comune di Terranova era ancora nelle mani di poche famiglie; a nulla valsero le denunce di onesti consiglieri comunali contro gli illegittimi possessori che, tra l'altro, erano anche amministratori della citta'. Le terre demaniali (Farello, Gibilmuto, Zai, San Leo, Scomunicata e altre contrade) non riuscirono ad essere reintegrate nel patrimonio comunale, nonostante la sentenza emanata il 27 novembre 1915 dalle Sezioni Unite del Collegio Supremo.

Nel 1927 la città fu autorizzata a chiamarsi con l'antico e glorioso toponimo greco. Dopo lunghi decenni di decadenza, dovuti alla generale questione meridionale, alle ultime guerre e alle ricorrenti crisi agricole, fu scoperto il petrolio nel sottosuolo gelese (1956).
La favorevole posizione geografica, la presenza del greggio, La fame atavica del luogo, indussero l'ENI e lo Stato alla costruzione di uno stabilimento petrolchimico, munito di porto-isola, che doveva favorire l'industrializzazione di Gela e del circondario.

Lo stabilimento, purtroppo, in assenza di una seria politica di governo si è rivelato una cattedrale nel deserto, lasciando insoluti i problemi di sempre e disattendendo le speranze dei gelesi.